Il Maestro di Ozieri

Le inquietudini nordiche di un pittore
nella Sardegna del Cinquecento

Nel Goceano e Monteacuto, zone remote e assai defilate della Sardegna cinquecentesca, videro la luce alcuni dei dipinti più enigmatici della pittura mediterranea. Per niente iberici e polemicamente rivolti alla maniera moderna italiana, essi aprono una serie di interrogativi sulla provenienza del loro artefice, per convenzione chiamato Maestro di Ozieri.
Nel 1930 il grande storico dell’arte tedesco Hermann Voss, intercettando alcune Crocifissioni poi confluite nel corpus del pittore, ne segnala l’eterogeneità del linguaggio: il patetismo sottile e aspro della messa in scena e le cromie guardano in direzione nordica, il riferimento privilegiato è Matthias Grünewald. A mischiare le carte sulla provenienza dell’artista giunge anche la fulminante chiosa di Federico Zeri: si potrà definire il Maestro di Ozieri un pittore sardo nella stessa misura in cui Chopin può dirsi risolto nell’etichetta di compositore polacco. Quale poteva essere, dunque, la reale identità artistica del pittore? E costruita a partire da quali influssi?
Il volume, attraverso un’analisi sistematica, indaga la sintesi originale dei rimandi contenuti nei suoi dipinti e inserisce la figura del loro autore in una visione più ampia, oltre i confini dell’Isola e al di là dei compromessi con la pittura locale, verso un “Mediterraneo allargato” all’Europa continentale e ai flussi di invenzioni e modi fiamminghi che – tramite viaggi di opere e artisti – si irradiano dal Nord dell’Impero di Carlo V.
Sospinte in primo piano si trovano comparse dissonanti e malinconiche che ricordano Lucas Cranach, mentre le vallate, i promontori e le fessurazioni rocciose discendono dai paesaggi di Joachim Patinir e Jan van Scorel. Il Maestro di Ozieri, quasi ultimo in termini di tempo tra i pittori eccentrici, si dimostra allo stesso tempo in sintonia con i percorsi meridionali di Polidoro da Caravaggio e Marco Cardisco, con il quale condivide il “michelangiolismo alla fiamminga”. La sua opera rivela un continuo lavorio su molteplici stimoli, all’incrocio di correnti stilistiche geograficamente assai distanti.

Maria Vittoria Spissu ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’arte moderna all’Università di Bologna, occupandosi di problemi legati alla produzione dei retabli pittorici in ambito mediterraneo con la tesi di specializzazione Sulle tracce di Roberto Longhi. Comprimari spagnoli in Sardegna nella prima metà del Cinquecento?. È stata professore a contratto nel Corso di laurea in Economia dei mercati e dei sistemi turistici presso la Facoltà di Economia di Rimini e ha collaborato alla didattica nei corsi di Storia dell’arte moderna presso il Dipartimento Arti visive di Bologna, la Facoltà di Conservazione dei beni culturali di Ravenna e il Dipartimento di Scienze dei linguaggi dell’Università di Sassari. Attualmente è borsista dell’International Studies Institute di Firenze in New Renaissance studies.

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